Dagli spalti al campo:
Xavi Espart
Ci sono sogni che nascono quando sei ancora un bambino, così smisurati da sembrare quasi irraggiungibili. Li guardi da lontano, affascinato e timoroso. E poi ci sono quei rari momenti in cui la vita ti permette di guardarli dritti negli occhi e capire che, dopo anni di sacrifici silenziosi, non erano soltanto un’illusione.
La storia di Xavi Espart comincia proprio così: in cima agli spalti del Camp Nou, seduto accanto a suo padre. Da piccolo, il giovane catalano andava a vedere il Barcellona con lui, stringendo in mano un biglietto e tifando per quei colori, il blaugrana, che un giorno avrebbe disperatamente desiderato indossare. Ma tra il guardare i propri idoli dalla tribuna e il diventare uno di loro esisteva una distanza che a molti sembra incolmabile.
Espart è entrato nel settore giovanile del Barça nel 2015. Aveva appena otto anni ed era reduce dalle prime corse sui campi della UE Vilassar de Mar. Da quel varco d’ingresso è cominciato un viaggio durato anni, attraversando tutte le complesse e selettive categorie de La Masia. È cresciuto lontano dalle prime pagine, lontano dai riflettori accecanti, imparando a sue spese che il talento, da solo, non ti garantisce un posto nella storia.
Il suo percorso non è stato quello del classico predestinato che tutti i talent scout indicano come il futuro fenomeno mondiale. Uno dei suoi storici allenatori nelle giovanili ha sottolineato come Espart non fosse considerato il vero gioiello della sua generazione. Nessuno si stracciava le vesti per lui. A portarlo avanti, in una cantera spietata come quella blaugrana, sono state la continuità ossessiva, l’applicazione feroce e una formidabile capacità di adattarsi a ruoli diversi sul campo. Ha trasformato la sua “normalità” in un’arma letale.
Tutto quel sudore ha pagato il 10 marzo 2026. L’aria era gelida, la posta in palio altissima: esordio in prima squadra, in Champions League, contro il Newcastle. Quando il mister si è girato verso la panchina e gli ha detto di prepararsi, Espart ha confessato di non riuscire quasi a crederci. Il cuore batteva all’impazzata. L’uomo aveva finalmente raggiunto l’idolo che il bambino venerava dagli spalti.
Quel ragazzo ostinato si è ritrovato all’improvviso a condividere lo spogliatoio con le nuove stelle mondiali come Lamine Yamal, Pau Cubarsí e Marc Bernal. Compagni che non vedeva in televisione, ma con cui aveva condiviso le fatiche, i dubbi e il percorso per anni, gomito a gomito sui campi di allenamento.
Dopo aver assaporato l’erba del Camp Nou, Xavi ha compiuto un gesto denso di significato, rispettando una tradizione intima del club: si è fatto fotografare davanti alle grandi lettere de La Masia. Un’immagine profondamente simbolica, perché dietro quello scatto non c’era la celebrazione di un momento isolato, ma c’erano gli anni di attesa, i muscoli doloranti, i provini, e tutte quelle domeniche passate a guardare il Barça aggrappato alla mano di suo padre.
«Avevo il sogno, ma lo vedevo così lontano.»
Eppure, senza nessuna scorciatoia, senza l’etichetta del predestinato, è riuscito a scavalcare la recinzione della tribuna.
Perché a volte il momento più bello della vita non è soltanto arrivare dove hai sempre desiderato. È voltarti indietro e ricordarti del bambino che eri, quando tutto sembrava magnificamente impossibile.