«Sei speciale come papà!»
Quando si diventa professionisti in uno sport, non è raro che i libri vengano lasciati da parte per inseguire un sogno. Gli allenamenti si allungano, le partite si moltiplicano e il tempo per studiare sembra non esserci più. Eppure, a volte, capita di tornare tra i banchi anche dopo aver conquistato il mondo.
Le ragioni possono essere tante. Quella di José María Giménez, difensore uruguaiano dell’Atlético Madrid, è però diversa da tutte le altre. Non nasce soltanto dal rimpianto per un percorso interrotto, ma da una scoperta che lo ha portato a guardare con occhi nuovi la propria infanzia, il rapporto con la scuola e soprattutto suo figlio.
José lascia la scuola a 17 anni per inseguire il sogno di diventare calciatore. Eppure, studiare gli piaceva. Era anche piuttosto bravo: quando i compagni consegnavano un quaderno con gli esercizi svolti, lui ne consegnava addirittura due.
Il problema non erano i libri, ma tutto quello che succedeva intorno. Troppo casino, poca serietà, continui rimproveri. Con il tempo, quella difficoltà nel comportarsi come gli altri si trasforma in una perdita di motivazione. La voglia di imparare lascia spazio alla frustrazione, fino alla decisione di abbandonare gli studi.
Il calcio, invece, gli apre le porte di un’altra vita. Dalle giovanili del Danubio al trasferimento in Spagna, fino all’Atlético Madrid, dove diventa uno dei volti più riconoscibili della squadra. Tredici anni in biancorosso, quasi 300 presenze, due finali di Champions League, due titoli della Liga e un’Europa League.
Con la nazionale uruguaiana disputa quattro Mondiali e cinque edizioni della Copa América. Una carriera di altissimo livello, costruita attraverso sacrifici, vittorie e grandi palcoscenici. Eppure, dietro tutti quei trofei, resta qualcosa in sospeso: quel diploma mai conquistato.
Per anni, il rimpianto rimane in silenzio. Poi, all’inizio del 2026, accade qualcosa che cambia il modo in cui José guarda alla propria storia. Il protagonista, questa volta, non è lui. È suo figlio Lautaro, undici anni.
José comincia a notare alcuni comportamenti che lo preoccupano. Il bambino sembra non ascoltarlo, fatica a concentrarsi e non appare interessato a ciò che gli viene chiesto. Il padre prova a spronarlo, insiste perché si impegni di più, ma qualcosa non torna. In quei comportamenti rivede, almeno in parte, il ragazzo che era stato.
Decide allora di rivolgersi a uno specialista. La valutazione porta a una diagnosi di ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Da lì nasce anche una riflessione sulla componente familiare del disturbo e sulla possibilità che alcune difficoltà vissute da José durante l’infanzia avessero una spiegazione.
Anche lui decide di sottoporsi a una valutazione e scopre di avere l’ADHD. Improvvisamente, tanti ricordi acquistano un significato diverso: i problemi a scuola, la difficoltà a mantenere l’attenzione, i rimproveri, quella sensazione di non riuscire a comportarsi come gli altri si aspettavano da lui.
Non è una risposta che cancella il passato. È una risposta che gli permette di comprenderlo meglio. E, soprattutto, di evitare che suo figlio debba affrontare quelle difficoltà sentendosi solo o sbagliato.
«Non sei diverso, sei speciale come papà! Affronteremo tutto insieme».
È il messaggio che José vuole trasmettere a Lautaro. Non una promessa
che ogni difficoltà sparirà, ma la certezza che non dovrà affrontarla
da solo. Perché, a volte, il regalo più grande che un genitore possa
fare a un figlio è riconoscere in lui qualcosa che ha vissuto in prima
persona e dirgli che non c’è nulla di cui vergognarsi.
Da quel momento, il rapporto con lo studio assume un significato nuovo. José comincia a sedersi accanto ai figli durante i compiti, a dedicare loro più tempo e a essere presente anche in quelle attività quotidiane che, nella vita frenetica di un calciatore professionista, rischiano di passare in secondo piano.
Ma non si ferma qui. Decide di tornare sui libri e di riprendere il percorso che aveva interrotto quasi vent’anni prima. Per farlo si affida al programma Bachillerato Trayectos, promosso dalla Mutual Uruguaya de Futbolistas Profesionales, che permette ai calciatori di completare l’istruzione secondaria conciliandola con gli impegni sportivi.
Non è semplice. Tra la Spagna e l’Uruguay ci sono ore di fuso orario da gestire, allenamenti, partite e trasferte. Le lezioni finiscono spesso per trovare spazio durante la notte, quando la giornata calcistica è ormai terminata.
In un’intervista, José ha raccontato di aver seguito intere lezioni anche durante un viaggio in pullman dopo una semifinale di Champions League contro l’Arsenal. Mentre altri avrebbero approfittato di quel momento per riposare, lui ha scelto di recuperare il tempo necessario per non perdere il filo degli studi.
Il traguardo non è soltanto il diploma. José guarda già più avanti: vorrebbe arrivare anche a una laurea universitaria. Perché il calcio, per quanto importante, non può essere l’unica cosa che una persona porta con sé nel futuro.
Studiare significa imparare a comprendere il mondo, coltivare nuove possibilità e prepararsi a una vita che continuerà anche quando arriverà il momento di appendere gli scarpini al chiodo. È un investimento su se stesso, ma anche un messaggio rivolto ai suoi figli.
José sa quanto possa essere difficile sentirsi fuori posto, non riuscire a spiegare certe difficoltà e convincersi di non essere abbastanza. Per questo vuole esserci. Vuole sedersi accanto a Lautaro, aiutarlo nei compiti e accompagnarlo in un percorso che lui stesso ha dovuto interrompere troppo presto.
La sua storia, allora, non è soltanto quella di un calciatore che torna a scuola. È quella di un padre che, grazie a suo figlio, riesce a comprendere meglio anche il bambino che è stato.
Per anni José Giménez ha imparato a difendere una porta, a fermare gli
avversari e a giocare le partite più importanti della sua carriera.
Oggi è tornato sui libri per affrontare una sfida diversa.
Non per vincere un trofeo, ma per esserci quando suo figlio avrà bisogno
di lui.
Perché certe vittorie non si festeggiano in uno stadio.
Si costruiscono, giorno dopo giorno, seduti allo stesso tavolo.