L’autobus per Barcellona: la fame e i bivi di Raphinha
Restinga, Porto Alegre

La fame e l’autobus: Raphinha

C’è un bambino che lascia casa sua, nella Restinga, uno dei quartieri più poveri e complessi di Porto Alegre, in Brasile. Sotto braccio ha un pallone, nella testa un sogno troppo grande e pesante per la sua età. Si chiama Raphael Dias Belloli, per tutti semplicemente Raphinha. Ed è solo un ragazzino.

Per arrivare al campo di allenamento, ogni giorno, deve percorrere una distanza enorme. La sua famiglia non naviga nell’oro, l’amore non manca ma i soldi sì. E quei lunghi pomeriggi lontani da casa hanno un prezzo silenzioso, un peso che non si vede sulle statistiche dei campi di calcio.

Quando gli allenamenti finiscono e lo stomaco comincia a farsi sentire, stringendosi in una morsa dolorosa, Raphinha si fruga nelle tasche. Non ha abbastanza soldi per comprarsi niente da mangiare. Così, incamminandosi verso la fermata dell’autobus per tornare a casa, fa una cosa che nessun bambino al mondo dovrebbe essere costretto a fare per inseguire la propria passione.

Si ferma per strada. Guarda in faccia gli sconosciuti e, incassando la testa tra le spalle, chiede se possono comprargli qualcosa, qualsiasi cosa, da mettere sotto i denti. Qualcuno si ferma, si impietosisce e lo aiuta. Qualcun altro lo guarda con disprezzo, tirando dritto e umiliandolo con una parola che fa più male dei crampi allo stomaco: “Vagabondo”.

L’attesa per un autobus e un pezzo di pane, stringendo l’unica via d’uscita.

Lui incassa in silenzio e aspetta l’autobus. Aspetta di tornare nel rifugio di casa sua, dove finalmente potrà mangiare. È un ricordo crudo, che Raphinha diventato uomo ha raccontato in prima persona senza filtri.

I talenti perduti

Ma la povertà non era l’unico nemico. Nella Restinga, alcuni dei suoi amici giocavano a calcio con una grazia divina. Raphinha ha ammesso che alcuni di loro erano persino dieci volte più talentuosi di lui. Eppure, non avrebbero mai avuto la possibilità di varcare la soglia del professionismo. La criminalità, la strada e il narcotraffico li chiamarono a sé. Raphinha li vide perdersi, uno ad uno. Mentre lui continuava a correre dietro un pallone, vedeva ragazzi dal talento generazionale prendere una strada senza ritorno.

In quel contesto, non doveva soltanto allenarsi per diventare un calciatore. Doveva lottare ogni maledetto giorno per non perdere se stesso, in un mondo in cui il talento – da solo – non basta a salvarti la vita. A fare da scudo ci pensarono la sua famiglia e il suo primo allenatore, Seu Farias, che intravide in lui una scintilla che non andava spenta.

Raphinha si aggrappò a quella scintilla e continuò a giocare. E a giocare ancora. Fino all’Europa. Fino alla maglia del Barcellona.

Quando oggi lo vediamo incendiare la fascia in uno stadio da centomila posti, vale la pena ricordare la sua traiettoria. Il suo sogno non è iniziato sotto i riflettori. È iniziato sul marciapiede di Porto Alegre, con lo stomaco vuoto, gli insulti addosso e un autobus da aspettare.

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